Agli iscritti… grazie di tutto!


Lascio questo articolo giusto per avvisare i pochi iscritti che ho, non mi sembrava corretto lasciarli a caso, specie quelli che non ho tra i contatti di Facebook.

Ho fatto tira e molla, ho preso e lasciato spesso il blog dai tempi di Windows Live Spaces (per farvi capire quanto sia vecchio) e ho avuto a che fare con le nuove tendenze. Non uso e non ho mai usato il video il video principalmente per mancanza di tempo e mezzi, ma anche perché vi immaginate uno che sbraita per 20 minuti parlando di un film che sapete dall’inizio che fa schifo? O che magari è un film che vi piace, ma invece di mostrare un punto di vista nuovo vi fa semplicemente innervosire? A me decisamente sì.

Rileggendo gli articoli mi sono reso conto che ho fatto esattamente questo e per questo non posso fare altro che scusarmi e offrire un caffè a chiunque sia stato offeso. L’unica cosa, però, è che in quanto ultimo articolo posso, FINALMENTE, sbottonarmi dato che non ho più niente da perdere.

Quando ho avuto a che fare con “MDS Network” e con Federica D’Ascani sono stato anche fin troppo dolce di zucchero. In entrambi i casi ero incazzato nero. A parer mio nessuno di questi due era abbastanza professionale, soprattutto la D’Ascani che è arrivata pure a insultarmi. A me “L’istinto di una donna” ha fatto schifo come libro, accettalo che almeno uno lo trovi penoso, senza dire “eh, ma te sei uomo”. Per MDS io vedevo, invece, troppi discorsi sottovoce, specie quando ho fatto il giudice per “Amore e Morte”. Siccome erano tutti amici nel gruppo nessuno di loro ha preso ‘sti autori e ha detto loro “Ragà, state sbagliando tutto, dovete ricominciare da capo”. Né ho avuto una difesa quando è partita la valanga di insulti che ho citato nell’articolo sulla Top 5 del peggio di amore e morte. E dire che mi sono sfondato gli occhi a leggere quelle merdate, alcune le ho dovute reimpaginare perché erano anche scritte in modo orribile. Mi sembra logico che dopo tutto questo ho mandato tutto a farsi fottere. Per la cronaca il libro non ricordo se l’ho dato via o l’ho buttato, ma per quanto mi riguarda sta bene dove sta, ovunque sia.

Non è che è stato il peggio, eh? Federica D’Ascani, che magari si sarebbe aspettata una recensione non troppo cattiva passandomi il suo romanzo, è stata davvero molto poco professionale e trovo vergognoso che pubblichi per Rizzoli mentre autori non dico migliori, ma molto più corretti di lei si fanno il mazzo per cercare di vedere i loro libri pubblicati da una casa di quart’ordine. Sono anche stato fin troppo corretto, onestamente, sia qui che nei messaggi personali, quando ricevevo denigrazioni e insulti, ma è stata fatica sprecata. A questo punto non ci metto niente a dire “Comprate ‘L’istinto di una donna’ di Federica D’Ascani,è un bel libro, ho chiesto all’autrice di che parlava e lei mi ha detto che parla di una ‘che è sposata, ma è una mezza lesbica e s’innamora di un’altra’, testuali parole dell’autrice”.

Visto? Non ci metto molto a scendere di livello, specie riguardo romanzi di quart’ordine scritti da una persona troppo ignorante da usare la parola “bisessuale” senza pensare che sia una parolaccia.

Anche i lavori amatoriali sono passati tra queste righe, non dimenticherò mai “I giorni della merula”, una commedia fatta da ragazzi atteggiati che serviva solo come sublimazione del desiderio del regista, autore e attore protagonista di scrivere una storia per l’altra attrice protagonista. La cosa più bella è che i commenti sembravano una bacheca di Facebook, non avevano né testa né coda e nemmeno loro avevano voglia di essere seri. In breve… ragazzi spero che vi siate tenuti il posto fisso.

Scusatemi la sbottonata, ma ora mi sento più leggero.

Beh… questo è tutto, non è che lascio un ultimatum, semplicemente è per avvisare gli iscritti, che ringrazio di cuore. Poi non vi preoccupate, appena mi ricordo cancello tutto il sito, magari ricomincio da capo altrove.

Ringrazio sentitamente giusto Andrea Marinucci Foa e la sua signora (le uniche due persone di MDS Networkche ho ancora tra i contatti di Facebook, tra l’altro), Irma Panova Maino e Sauro Nieddu. In bocca al lupo a voi. In bocca al lupo anche a Maria Rosaria Fioravante (di cui non posso recensire il suo romanzo per conflitto di interessi), a Davide Carrozza (cercate il suo blog dereviùer se non sta tra i link del sito, è molto divertente), a Raffaele Parente (più che amico un fratello oltre che fornitore di tutti i peggiori film che ho visto)  e tutti gli amici che hanno letto o intravisto le mie recensioni e che si sono fatti una risata.

Statemi bene, mi raccomando.


Nikko digiBlast


Mentre cerco ancora una versione di “Ultima 9: Ascension” che funzioni ne approfitto per porre l’attenzione su alcuni fallimenti dell’industria videoludica del XX e XXI secolo, cercando di porre l’attenzione su ciò che è arrivato anche qui in Italia.

Bene o male conosciamo tutti quanti le console più popolari in questo ambito, ci sono top 10 ovunque a riguardo e molte di queste non si sono nemmeno fatte sentire quaggiù. Tuttavia qualcosa è arrivato, qualcosa che nemmeno nel resto del mondo si è fatto vedere o sentire, addirittura non esiste nemmeno la pagina in inglese di Wikipedia a riguardo.

Tenete a freno i bambini e state attenti a eBay, ecco che analizziamo il…

DIGIBLAST

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Vediamo un po’ da dove è nata quest’idea del digiBlast. Volendo analizzare tutto quanto si può ridurre a un solo enorme sbaglio: imitare la Tiger Electronics.

Durante gli anni del Nintendo Game Boy e del Nintendo Game Gear la Tiger mise sul mercato le sue console (più note in Italia come Gig Tiger). Queste console erano semplicissime console a cristalli liquidi, andavano a batterie AA, ogni console era singola e il suo punto di forza era il fatto che i giochi scelti erano titoli popolari come “Mortal Kombat”, “Castlevania II: Simon’s Quest”, “Megaman” e “Street Fighter II”. Il punto di debolezza? Non erano una tecnologia vecchia, erano una tecnologia preistorica! E sono andati sicuramente avanti fino al 97, tra Windows e Playstation. Chi si impippa i Tiger nel 97? Ma andiamo avanti di quasi 10 anni…

Nel 2005, mentre il mercato delle console portatili è ormai gestito dalla Sony con la sua PSP e dalla Nintendo con il suo DS, i bambini stavano cominciando a preparare le loro liste dei regali di natale quando, all’improvviso, in tutte le TV d’Italia spunta questa pubblicità:

Se Giorgio Bocca mi ha insegnato una cosa è che nelle pubblicità di auto si parla di tutto tranne che dell’auto, qui è la medesima cosa. Tuttavia l’offerta è promettente, gli Smartphone ancora si chiamavano PDA e qualcosa del genere sarebbe stato conveniente. Immaginate una console portatile che funga da lettore MP3 e lettore video per cartoni animati. Se potessero starci anche film sarebbe perfetta. Già… ma l’hanno detto alla Nikko che la PSP già faceva tutto questo? Inoltre la pubblicità è fatta davvero bene per far vendere. Cosa c’è di meglio se non vedere Spider-Man, le Winx, i Gormiti e altro a caso su qualsiasi cosa che non sia il digiBlast?

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Ora… come è portare l’errore della Tiger nel 2005? Lo schermo a 4096 colori e grafica di basso livello ricordano un Game Boy Advance, lanciato appena 5 anni prima e che, a quel tempo, potevi trovare ovunque a prezzi stracciati, il sistema audio è un altoparlante mono a bassissima qualità, praticamente l’ideale per ascoltare musica o guardare cartoni animati e, quando RealPlayer stava cedendo il testimone, cosa spunta poco prima del cartone animato? Il logo di RealVideo! Insomma… praticamente tutto quanto era un concentrato di bassa tecnologia, venduto a € 80. Nemmeno tanto economico, in fondo.

La libreria di giochi si è basata più sulle tendenze del momento che su una qualità vera e propria, praticamente come tutte le console economiche mai uscite. Mi ha sorpreso il fatto che anche qui sia presente un gioco della serie “Tony Hawk’s Pro Skater”, praticamente se c’è una console, anche fallimentare, c’è un gioco di Tony Hawk. Ad ogni modo il gioco in questione è “Tony Hawk’s Pro Skater 4”, rilasciato tre anni prima. Questo dice praticamente tutto. Per il resto ci sono giochi del calibro di “X-Men 2: wolverine’s revenge”, “Pitfall: the lost expeditions” e “Activision anthology” e cosa c’è di meglio per i bambini del 2005 di una raccolta di giochi per Atari 2600? Non ho nulla contro il retrogaming, ma un gioco del genere è per un target diverso dai bambini del 2005, è più orientato verso chi aveva più di 20 anni. A parte questo c’erano altri titoli per una libreria scarsissima, tutta basata su porting e giochi economici a bassa qualità.

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Veniamo, poi, ai cartoni animati. Ovviamente non ci sono serie complete, solo episodi che, già all’epoca, potevi trovare in cofanetti DVD e dubito fortemente che le cartucce costassero meno di 20€. Oltretutto erano cartoni che qualsiasi bambino poteva vedere in TV all’epoca. E anche gratis. Che senso aveva, quindi, scendere e comprarli?

Sulla scatola le immagini “MP3” e “Foto” avevano accanto un asterisco. Cosa significava? Facile, la macchina fotografica e il lettore MP3 erano due add-on, rispettivamente di €20 e €25 nuovi e non potevi, ovviamente, usarli contemporaneamente. Infine la cartuccia definitiva era quella che poteva collegare il digiBlast alla TV, chiudendola in una cornice per non far perdere dettagli. Prezzo all’uscita ancora non noto, ma probabilmente non meno di €25.

Facciamo un po’ di matematica, abbiamo una console da €80 che per altri €20 può funzionare come lettore MP3 e per altri €25 può funzionare come macchina fotografica da 1.3 megapixel per un conto totale di €125. Un Nintendo DS veniva venduto, all’epoca, a €150 e, calcolando che le fotografie non si sarebbero viste fino al 2009 con il Nintendo DSi questo pone una differenza di prezzo, tolto l’addon per le foto, di €50, avendo, però, una tecnologia tra le mani decisamente più bassa rispetto a quella di un Nintendo DS oltre che una libreria di giochi molto più scarna e scarsa.

La notizia ufficiale è che il digiBlast fallì per “scarsa reperibilità della cartucce”. Hmm…

Mettiamola così: è il 2005, esiste da poco YouTube e i videoclip li vedi gratis invece di pagare €19.90 per una cartuccia nota come “Crazy Mix” con 5 videoclip, se vuoi vedere i cartoni animati li vedi gratis in TV invece di spendere €19.90 per una cartuccia con tre episodi di una serie molto più lunga (oppure cerchi i DVD, tanto c’erano ovunque), se vuoi giocare con tecnologia bassa ti fai un giro nei mercatini e trovi a prezzi stracciati qualsiasi cosa invece di spendere €80 per la console e €19.90 per ogni singola cartuccia di un gioco dalla qualità dubbia.

In realtà il digiBlast fu un progetto fallimentare nel lungo periodo e ancora più fallimentare nel breve periodo. Riproporlo un anno dopo non servì esattamente a nulla. L’unica cosa positiva che ne è uscita è l’ilarità di vedere gente che vende su ebay i digiblast nuovi e usati a più di €100, quando in realtà non hanno praticamente mercato.

Insomma…

QUESTA CONSOLE FA SCHIFO!

E ora scusatemi, torno a cercare una copia di Ultima 9 che funzioni. Anche se temo che farei prima a chiedere a Cortana di sposarmi.


Star Wars: Battlefront (2015)


“Luke, sono tuo padre… e sto venendo a prenderti alla base di Sullust assieme all’imperatore e a quattro Stormtroopers”
“Padre… ti preferivo quando eri uno scorpione, uno squalo e uno pterodattilo”

Va bene, lo ammetto, avevo appena finito di chiudere il focus sul rapporto film-videogame, ma qualcosa è cambiato. Nel 2015, dopo anni di inattività, la serie di videogiochi sparatutto di massa Battlefront ha rivisto la luce. Prima che parto con la recensione vera e propria preferirei fare un passo indietro al 1999, quando la Lucasarts (quando ancora pubblicava giochi belli e non l’ennesimo Angry Birds Star Wars oppure Star Wars Tiny Death Star) ricominciò a puntare sugli sparatutto in prima persona, abbandonato totalmente dopo “Dark Forces 2: Jedi Knight”, rilasciando prima un seguito dopo l’altro della serie Jedi Knight e, contemporaneamente, puntando sul mercato multiplay con “Battlefront” nel 2004 e “Battlefront 2” nel 2005. Come andarono? Beh, entrambi sono giochi molto belli anche in single player, nulla da dire a riguardo. Seguono molto bene entrambe le trilogie e sono godibili. Se nominate uno di questi due titoli (soprattutto Battlefront 2) risponderanno sempre che è un giocone. Tutto questo in netto contrasto con il mancato successo del MMORPG “Star Wars Galaxies”, un milione di copie vendute e un venerdì sera registrati solo poco più di 10000 giocatori.

Torniamo al presente e ai giorni oscuri della EA e del suo sistema Origin. Forti del successo dei titoli Star Wars in termini di popolarità tra i giocatori, titoli come Battlefront e Knights of the Old Republic, la EA ha fatto suoi proprio questi due titoli, lasciando alla Bioware il compito di sviluppare il mmorpg “Star Wars: The Old Republic”, a parer mio un MMORPG paragonabile a World of Warcraft in termini di bellezza. Restava solo il titolo Battlefront da cedere come progetto da sviluppare e la Pandemic Studios, casa dei Battlefront originali, era stata chiusa nel 2009 dopo essere stata acquisita dalla EA. Così la patata bollente è stata lanciata alla EA DICE, sviluppatori di Battlefield.

Ora, come mai vi sto dicendo questo? Dimenticate una cosa: questa è una recensione su EyeWaste. Perciò preparatevi all’iperspazio, caricate i blaster e uccidete Jar Jar Binx, stiamo per buttarci in…

STAR WARS BATTLEFRONT (2015)

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Stiamo parlando di un gioco praticamente attuale, quindi è inutile tagliare con i problemi di grafica o di suono. Entrambi sono perfetti, così come i controlli. Io l’ho provato su una Playstation 4 e, sinceramente, non ho trovato nulla da ridire su questi aspetti. Ma non sono questo il problema. Così come la trama, visto che è praticamente quella di Star Wars. Ammesso sempre che ce ne sia, ma ci arrivo subito.

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Pure Akhbar sembra che stia per dirti che è una trappola.

Siccome ne parlano già tutti taglio direttamente con il problema maggiore di Battlefront: non ci sono battaglie spaziali. Senza offesa, ma il titolo “Star Wars” fa pensare a battaglie con navi spaziali in orbita alta oppure nello spazio esterno, ma quello che Battlefront offre sono al massimo schermaglie tra squadroni, probabilmente per sfruttare al meglio il sistema di Battlefield. Ricordiamoci che sono progetti della stessa casa, mi viene logico pensare che, magari nel 2015 viene difficile gestire un sistema di battaglie in orbita alta, tra navicelle scelte entrandoci dentro, con compagni di squadra che potevano scambiarsi i ruoli, tipo uno in cannoniera e un altro alla guida, magari arrivando al punto anche di entrare nelle ammiraglie.

Davvero, mi viene davvero difficile pensare che la EA DICE possa programmare tutto questo. Specie perché lo fece la Pandemic già 10 anni fa! Il punto forte di Battlefront 2 erano proprio le battaglie spaziali e la EA è stata intelligente a non chiamare gli stessi sviluppatori, anche solo per una consulenza pagata. Complimentoni.

Non sto scherzando, hanno puntato molto più sul PVP a schermaglie. E che schermaglie oserei dire. Nei due titoli precedenti avevi a disposizione non solo un mucchio di giocatori, ma anche, letteralmente, una compagnia di bot, rendendo il tutto davvero una schermaglia. Certo, hanno il Q.I. pari a meno infinito, ma davano molto più il senso di stare in una vera battaglia. Inoltre non solo c’erano le vittorie a uccisioni.

Ora… ho preso in mano l’addestramento e in cosa si riduce il nuovo Battlefront? Uccidere squadre composte da una manciata di elementi e prendere gettoni. Fine. Praticamente Battlefront è un MOBA al pari di League of Legends. Anche Team Fortress 2, tra l’altro free to play su steam, offre molta più varietà di questo gioco.

Della modalità eroi nemmeno voglio parlare, quello davvero lo fa diventare “Star Wars: League of Legends”. Gioco che, manco a farlo apposta, è free to play.

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Vi sto parlando, tra l’altro, solo della modalità PVP se ci avete fatto caso. Questo perché la modalità Single Player si limita ai tutorial, noiosi a morte già dopo 2 minuti di gioco. Non c’è altro da dire se non questo, dopo 10 minuti già ne avevo abbastanza. La trama praticamente non c’è da nessuna parte.

Personalmente ve lo sconsiglio, anche per la più grande fregatura del mondo: il season pass. Come funziona? Prima compri il gioco spendendo un pacco di soldi in questo caso, dopodiché a parte ti tocca pagare altri soldi per il season pass. Certo, puoi andare nei server della EA (e mi sembra già assurdo, visto che è stato pagato il gioco e per diritto dovresti giocare sui server EA), puoi giocare con gente a caso e qualsiasi DLC o espansione rilasciata durante l’anno è tua, ma facciamo un paio di conti per Battlefront.

Ho, per caso, Origin aperto e ci sono ben tre offerte per Star Wars.

  • L’edizione standard da € 59,90, che ti dà solo il gioco
  • L’edizione deluxe da € 69,90, che oltre al gioco offre i DLC contententi un siluro, il blaster di Han Solo e due emotes. 10 euro in più per questo mi sembrano assurdi.
  • Il season pass di € 49,90
  • L’edizione ultimate da € 119,80, che è la deluxe più il season pass

Già direi che 60 euro per un gioco fatto solo per il il PVP mi sembra un prezzo eccessivo, specie perché non solo ci sono altri fps pvp gratuiti, ma se la matematica non è un’opinione, sommando il prezzo della deluxe con il prezzo del season pass viene fuori 69,90+49,90=119,80. C’è qualcosa che non va! Non voglio nemmeno dire che i bundle dovrebbero far risparmiare a prescindere, ma diamine, nemmeno gli 80 centesimi hanno tolto dalla ultimate. Come se per comprare un cofanetto pagate gli stessi soldi dei CD venduti separatamente, senza alcun vantaggio apparente. C’è anche da dire una cosa: questo gioco è rilasciato su console, quindi sebbene su Playstation la cosa non crei problemi per la Xbox One il problema c’è, visto che sono altri soldi da spendere per XBox Live. Tutto questo perché la EA ti fa giocare sui suoi server. A me sembrano spese eccessive.

Insomma… niente battaglie spaziali, niente varietà e praticamente un MOBA in prima o terza persona (quando anche Smite è free to play) mi sembra abbastanza per emettere il mio verdetto personale:

QUESTO GIOCO FA SCHIFO!

E la EA dovrebbe imparare dalla Valve e dalla Blizzard a fare affari, piuttosto che mettere in vendita online “Ultima 9: Ascension”. Ebbene sì, quello che a parer mio è il peggior gioco della storia, il titolo che ha seppellito per sempre la storica compagnia Origin e l’intera saga Ultima, è venduto dalla EA. Non voglio nemmeno indagare sul prezzo, solo il fatto che sia venduto è oltraggioso. Mandate a casa i bambini, fate giocare a loro E.T. per Atari 2600, Dr. Jekyll e Mr. Hyde per Nintendo NES oppure fate vedere loro i fiori di Robert Mapplethorpe, a breve arriverà qui Ultima 9!

Ebbene sì, qui si gioca duro, ora!


Non giudicare un gioco dalla copertina – Parte II


L’altra volta ho parlato del non aspettarsi alcunché dai videogames tratti dai film. Ho citato qualche titolo, ma potevo andare avanti all’infinito. A questo punto, arrivati a questi tempi, la diffidenza dei giocatori è arrivata a livelli massimi. Beh, che ci crediate o no questo ha portato altri giochi a passare inosservati. Non voglio parlare dei giochi buoni con il titolo Star Wars (e non parlo di “Star Wars: the phantom menace”, quello a mio parere continua a fare schifo), ma di altri. Per ora porto solo due elementi. In fondo la regola si applica ancora.

MAD MAX

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Prima di tutto voglio precisare che personalmente adoro tutti i film della serie Mad Max e vedere questo gioco dopo aver visto Mad Max Fury Road… beh ero scettico. Poi l’ho avuto tra le mani e… diamine! Le cose sono state fatte per bene.

Tra l’altro la Avalanche ha fatto una scelta saggia: non seguire il film. In fondo la Warner Bros che ha anche pubblicato e distribuito il gioco aveva tutti i diritti, quindi non ci sarebbero stati problemi di sorta.

Il gioco si può considerare un seguito del film “Mad Max Fury Road”, niente Immortan Joe e niente Furiosa, ma il resto c’è tutto, oltre a molti elementi dei vecchi film, il che per un nostalgico come me è semplicemente come il caffè di prima mattina. Come sempre l’Interceptor, l’auto di Mad Max, è stata presa e Max comincia la sua ricerca dell’auto. E’ tutto così semplice? Decisamente no, visto che non solo c’è uno sviluppo di trama, ma anche del personaggio, cosa mai vista in nessuno dei film.

Insomma, se avete una console di ultima generazione oppure un PC abbastanza potente (i requisiti minimi sono assurdi) metteteci le mani sopra, davvero. Ve lo consiglio. La grafica è pazzesca, il gameplay fatto bene e in generale è divertente. Tra l’altro più che un film direi che Mad Max è diventata una vera e propria ambientazione, soprattutto considerando come gli sviluppatori hanno deciso di come si cura il personaggio: in quel mondo le scatolette sono un lusso, per questo il nostro eroe si cura cibandosi di larve presenti sui cadaveri, che i sopravvissuti chiamano “fabbriche di cibo”. Per il resto le missioni e i personaggi sono mitici, non so quante volte, vedendo i vari nemici, ho detto “questo è pazzo” o “è folle”. Nessuno si salva e tutti quanti hanno una caratterizzazione ben definita, oltre che ad essere ben concepiti visualmente parlando.

E sì, ci sono anche i figli della guerra, quindi se sentite urlare “Ammirami!” nel gioco state attenti o vi trovate esplosi. Procuratevelo, vi regalerà belle ore di gioco.

E dopo questo classico devo trattenere un attimo le lacrime per la mia infanzia…

GHOSTBUSTERS: THE VIDEO GAME

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Intanto so cosa state pensando: la Atari che fa un buon gioco? Effettivamente sì, anzi dirò di più. Mentre Sony, Nintendo e Microsoft si picchiavano per chi doveva vincere la guerra delle console le due concorrenti storiche, Sega e Atari, si sono buttati appieno nella pubblicazione di giochi. Come è andata per loro? Beh, ora la Sega ha comprato i diritti di tutti i titoli della ormai fallita THQ, con il monopolio dei titoli di Warhammer e non mi pare che siano brutti titoli, mentre la Atari ha fatto lo stesso con la Epic, pubblicando nel 2003 e nel 2004 i due Unreal tournament e tornando alla carica dopo tanti anni. Direi che è un po’ di aria fresca visto che la Nintendo, forte dei suoi successi, il massimo che cacciava era l’ennesimo Super Mario. Non ho nulla contro il nostro idraulico preferito, ma onestamente dopo trent’anni vorrei vedere qualcosa di diverso, altrimenti metto su uno dei classici.

Ora, però, torno in argomento. Ghostbusters the videogame ha un valore nostalgico aggiunto. Non solo è Ghostbusters, non solo ci sono tutti i personaggi originali (gli altri giochi non avevano Winston, mi chedo il perché), non solo è stato scritto da Harold Ramis e Dan Aykroyd, ma è anche praticamente l’ultima interpretazione di Ramis, contemporanea al suo “Anno Uno”. Meglio che non continuo, o la mia infanzia continua a svanire.

Sul gioco c’è da dire solo una cosa: a differenza di qualsiasi gioco in cui interpreti un personaggio qui non hai niente di tutto questo, sei semplicemente un tipo che ha sentito che gli Acchiappafantasmi avevano bisogno di personale e ti sei presentato, dando effettivamente ai fan del film tutto ciò che volevano. Siamo onesti, preferireste essere uno dei vostri eroi oppure essere un loro compagno di avventure? Una volta risposto all’annuncio, dopo la prima missione al Sedgewick Hotel (ebbene sì, la prima missione è beccare Slimer proprio nello stesso hotel del film, senza risparmiarsi a fare danni) gli acchiappafantasmi vengono a capire che i problemi a New York non sono ancora finiti dopo un dio sumero e un redivivo re carpatico folle, specie perché molti punti del primo film sono stati lasciati in sospeso. Così c’è il ritorno di tutti i punti di trama, dando molto più spessore anche a personaggi secondari, come la bibliotecaria, Gozer e, soprattutto, il grande assente del primo film Ivo Shandor, vale a dire l’architetto del grattacielo che fungeva da portale per Gozer. Direi che è abbastanza per invogliare a giocare, soprattutto se il doppiaggio è fatto dalla maggioranza dei personaggi originali, mancano Sigourney Weaver e Rick Moranis, ma praticamente c’è tutto il cast del primo film. E come ciliegina sulla torta, anche se un po’ una forzatura, nella cantina c’è Vigo la sporcacciona, redivivo e un pezzo di arredamento che spara one-liner senza senso, così come nel secondo film. Procuratevelo, ne vale la pena.

Per ora ho chiuso un focus, avevo bisogno di nominare questi due titoli, visto che hanno sofferto per i motivi sbagliati di poche vendite. Mad Max era uscito assieme al nuovo Battlefront e Ghostbusters soffriva sia della scarsa fama della Atari degli ultimi tempi sia della regola 2. Mi sembrava doveroso dare a cesare quel che è di cesare, perché meritano una partita entrambi i giochi.


Non giudicare un gioco dal film sulla copertina


In tutti questi anni da giocatore, a partire dall’Atari 2600 fino ai tempi moderni ho praticamente avuto a che fare con ogni genere di gioco, ma quello che dai tempi del primo Guerre Stellari ha sempre tirato sono i titoli dei film. A quell’epoca c’era poco da dire: prendevi un telefilm o un film di successo e lo schiaffavi in bella vista per farne un gioco. E come erano? Beh, la probabilità di avere un prodotto scadente era alta e non potevi sapere come era il gioco prima di comprarlo, sempre se non eri avvezzo a comprare riviste di videogames. E comunque nemmeno le riviste erano imparziali, come il caso di “Giochi per il Mio Computer”, non so quanti tra giochi e prodotti hanno avuto un 9 o un 9,5 immeritati (a quello che so mai un 10) su quella rivista, basti pensare a come hanno elogiato immeritatamente il casco Union Reality. A quello ci tornerò tra un po’, ve lo prometto.

Ad ogni modo chiunque conosca i videogames conosce anche la regola 2: mai comprare un gioco con il titolo di un film. Per chi non lo sapesse la regola 1 è diventata mai comprare una console al lancio.

Il caso E.T. per Atari 2600 non è stato il solo, anche se devo ammetterlo… ho provato giochi peggiori e visti i presupposti della creazione di E.T. direi che non si dovrebbe incolpare troppo quel gioco per la crisi dei videogame degli anni 80, ma è stato il primo campanello di allarme per i giocatori. Tuttavia almeno tentava a modo suo di seguire la trama, ma c’è qualcosa di molto peggio, vale a dire prendere un marchio conosciuto e schiaffarlo su un gioco che sarebbe anche fin troppo generico senza. Volete qualche esempio?

STAR WARS per NES (Versione Giapponese)

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C’è una cosa che mi colpisce nella copertina, oltre alla scosciatura di Leia o della tartaruga di Luke: perché diamine la Morte Nera è sottosopra?

Non c’è titolo più esplicativo di questo. Vi ricordate il primo dei Guerre Stellari classici? Ma sì, dai, quello dove Luke cominciava da subito con la spada laser, dove prima di andare sulla Morte Nera sono scesi su un altro pianeta a combattere draghetti e mummie che lanciano palle di fuoco e, soprattutto, dove Darth Vader si era già rivelato a Luke con il fatidico dialogo.

Darth Vader “Obi-wan non ti ha mai detto la verità su tuo padre”
Luke: “Mi ha detto abbastanza. Che tu l’hai ucciso!”
Darth Vader “No! Io sono tuo padre… e anche uno scorpione, uno pterodattilo e uno squalo”

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Non scherzo, nella prima boss battle Darth Vader diventa uno scorpione, nella seconda uno pterodattilo e nella terza uno squalo. E nella quarta lo uccidi… comodo…. Ecco, quello che ho descritto non può essere semplicemente un generico gioco action-adventure per NES? Decisamente sì, ma non ci vuole molto a cambiare qualche personaggio o scenario. Ma anche se così fosse… cosa ci voleva a mantenere un po’ di fedeltà? La JVC tirando fuori il suo Star Wars, molto difficile da capire e giocare, è stata fedele al 100% al film. Il fatto che riciclino Darth Vader a ogni boss battle dice praticamente tutto, un po’ come Super Mario che abbatte Bowser 8 volte, con la differenza che la cosa aveva senso (bowser aveva modificato con la magia i suoi lacchè). Qui il senso non c’è, quand’è che Luke è entrato in un tempio egizio già presidiato dalle truppe imperiali? Oppure usato un paio d’ali per volare? Sono sempre più convinto che doveva essere un adventure game generico riciclato per tirare soldi ai bambini giapponesi, visto che questo titolo non è mai arrivato in occidente. E per fortuna anche.

THE HUNT FOR THE RED OCTOBER per NES

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Il gioco apre con un title screen simile al film, ma devo dirlo, è stato fedele solo con l’ultima frase

Secondo ripetute affermazioni dal governo americano e sovietico nulla di ciò che state per vedere E’ MAI ACCADUTO

Davvero, basti pensare al primo livello. Quando mai Marko Ramius è dovuto scappare dalla Russia affrontando ostacoli come tubi semoventi, mini-sottomarini armati di missili, carri armati lanciabombe di profondità, cannoni subacquei e porte stagne? Forse potrebbe essere successo prima dell’inizio, chi lo sa. Fatto sta che addirittura questo gioco porta il marchio Paramount, quindi un po’ di colpa a loro voglio anche darla. Tolto il sottomarino (che per i dettagli grafici e gli effetti sonori presi dall’atari 2600 poteva anche essere un’astronave) è uno sparatutto orizzontale generico, nulla di più, ma con le munizioni limitate. Ricordate la scena del film in cui il segretario di stato cerca di mettere alle strette l’inviato dall’Unione Sovietica? Beh, se l’Unione Sovietica disponeva degli stessi armamenti presenti nel gioco dovevano essere gli U.S.A. a stringere i glutei.

Hunt For Red October, The (U)_001

E ovviamente è il classico gioco in cui è impossibile continuare, niente password niente giochi salvati, muori 4 volte e ricominci passando dal game over. Ma tutto pur di evitare la colonna sonora

THE FIFTH ELEMENT per PC e PSX

the fifth element

Questa è proprio la stragrande fregatura di questo genere di giochi. Di suo “Il Quinto Elemento” è discutibile come film, tuttavia il suo porting come videogame è qualcosa di osceno. Bene o male tutti questi giochi soffrono la stessa forzatura di genere, vale a dire generi action, come i sidescroller o gli sparatutto. Il problema, però, era che questi giochi erano orientati a un pubblico giovane e fatto di cocacola. Così come la Kalisto fece con questo gioco. I controlli ereditati da “Nightmare Creatures”, osceni oltre l’inverosimile. Dico solo che in entrambi i giochi spuntavano nemici ovunque, soprattutto alle spalle, ma avevi sempre lo stesso problema: le ere geologiche per girarsi. Non c’era un comando preciso, potevi solo ruotare su te stesso e intanto prendevi un mucchio di calci. Erano anche i tempi in cui i personaggi si muovevano come macchine, a volte letteralmente ero costretto a fare inversioni in due tempi. Capisco che erano i primi tempi dei giochi in ambienti 3D, ma era tutto troppo confusionario. Metto quest’immagine come esempio. Non potendo muovere la telecamera era questa l’unica visuale, quindi… sei al sicuro e puoi alzarti oppure devi fare ancora un passo in avanti? Non ci rimetti niente, solo o un botto di energia oppure un game over grosso quanto un pianeta.

fifth element

Il sonoro era uno schifo e la colonna sonora praticamente inesistente, muto dall’inizio alla fine. Che io ricordi è stato l’unico gioco che ho bypassato del tutto solo per vedere i filmati e farmi un’idea di come fosse il film, mai visto prima. E quando un anno dopo noleggiai il film mi ero reso conto che era tutto quanto sbagliato. Corse nelle fogne, scalate di palazzi e altre cose… non c’erano assolutamente nel film. Era tutto quanto confuso e senza trama. Tra l’altro non c’erano dialoghi tra un livello e un altro, capivi solo dove stavi per un filmato di più o meno una decina di secondi.

Insomma… Prima ho citato E.T. per Atari 2600, ma a confronto di questi qui era un capolavoro. Nonostante fosse stato programmato in sei settimane quando i giochi richiedevano mesi di tempo E.T. è stato piuttosto fedele al film. Lo salva? Decisamente no, ma almeno l’agente dell’F.B.I. non si trasforma in un capibara.

Vorrei parlare all’infinito di questi giochi, probabilmente un giorno abbandonerò il formato scritto per qualcosa di più dinamico, ma per ora mi accontento di questo. Tuttavia anticipo già che, nonostante questa regola, ci sono state ottime eccezioni, soprattutto negli ultimi tempi.

Ma vado avanti troppo, ci arriverò nel prossimo articolo

 


“Alex l’ariete” di Damiano Damiani


Vorrei pure spendere un paio di righe sui motivi per cui sono stato assente. Ma, sinceramente, non mi sento in diritto di annoiarvi, proprio perché non sono così popolare da permettermi protagonismo. Mi rendo conto di non essere una celebrità di internet, ma lo faccio sempre per svago. Quindi spendo giusto tutto in una parola: riorganizzazione. Ora spero, almeno, di tornare in pianta stabile a curare di nuovo il mio blog sperando sempre di farvi sorridere o ridere. O anche provare quello che ho provato io avendo a che fare con gli elementi di tutti i miei articoli.

 

Stabilito questo la domanda che mi pongo è una: chi diamine è la mente intimidatoriamente geniale che ha avuto l’idea di fare un film con protagonisti Michelle Hunziker e Alberto Tomba come protagonisti? Seriamente! Chi è stato il primo che ha avuto questo progetto in mano e ha detto hmm un film con loro due… ok, facciamolo!”? E l’altro che ha dato l’OK per avviare questo progetto? Davvero, non penso di aver bisogno di fare un’introduzione a questo film, già è stato detto tutto! Non voglio nemmeno parlare della produzione e dello sviluppo. E se prima avevo qualche dubbio ora so per certo perché questo film abbia incassato al botteghino poco più di 3 milioni di lire! Vi giuro, TRE MILIONI DI LIRE! Calcolando che il film è costato attorno ai 6 miliardi di lire Cecchi Gori si è ritrovato con un debito di Lire 5.997.000.000! Per chi non è pratico di euroconversione si parla di un budget di 3 milioni di euro e un incasso di 1500 euro. Se li buttava direttamente nella discarica era meglio. Ok, da una parte ho l’alcool e dall’altra il caffè, buttiamoci quindi in:

ALEX L’ARIETE

Tanto per cominciare voglio usare la locandina. Sarebbe stata perfetta per un film a basso costo o addirittura amatoriale, ma qui non si sono nemmeno sprecati con photoshop. Nessuno studio di luci, immagini che si dissolvono male con il viso della Hunziker e anche peggio con il bianco attorno a Tomba. Io non ho parole, sembra qualcosa che un qualsiasi studente di un Grafico Pubblicitario farebbe per una decina di euro. Non voglio nemmeno mettere in mezzo che erano gli anni ’90, diavolo anche negli anni ’70 c’erano state locandine migliori.

Il film comincia con un coltello sporco di sangue. In preda al panico e all’underacting che la contraddistingue per la sua carriera, Antavleva (Michelle Hunz… cosa? Ok, nel film viene spiegato che in emiliano significa “non ti volevo”, ma… seriamente?) raccoglie il coltello terrorizzata, dietro una porta si sente il killer che telefona, dicendo che ha compiuto la missione e ricevendo l’ordine che deve uccidere la ragazza. Ed ecco cosa vede Antavleva.

Che razza di killer è questo?

Antavleva scappa scendendo le scale, dove una signora che torna a casa dalla spesa la vede con il coltello, urla e si barrica in casa continuando a urlare come una forsennata dietro la porta chiusa urlando “Chiamate qualcuno!” senza nemmeno pensare di prendere lei stessa il telefono.  Un solo minuto! Ne ho visti di mastodonti orribili, ma non mi sono mai sbattuto le mani in faccia dicendomi “non è possibile” dopo un solo minuto di film! Antavleva lascia il coltello a terra e scappa via. Segue un piccolo intermezzo con un giornalista che intervistando la signora di prima non dice nulla che non sappiamo già o che non possiamo intuire, vale a dire che Antavleva è accusata dell’omicidio dell’inizio del film. Quindi… dopo 5 minuti in cui la tipa probabilmente ha chiamato la polizia mentre urlava “chiamate qualcuno” arriva tutto il circo equestre di stampa e sbirri, dando la prova che questo è davvero un film. Nemmeno in C.S.I. Miami la polizia è così efficiente, figuriamoci in Italia.

Anacleta in un bagno pubblico si cambia vestiti e si mette una parrucca presa non ho la minima idea da dove e in stile eva kant scappa in macchina, ma viene affiancata dai malviventi che dopo un lungo fiancheggiamento con l’auto la buttano fuori strada per un dirupo. E nonostante quella Volkswagen si faccia una decina di capriole sulle rocce prima di esplodere la ragazza se la cava semplicemente con i vestiti strappati, una botta in testa, un taglio in fronte e un naso sanguinante. A chi servono le emissioni falsate di CO2 se le Volkswagen sono così resistenti?

Spostiamoci nella caserma dei carabinieri dove conosciamo Robbi e Alex l’ariete, interpretato da Alberto Tomba (ma davvero…. perché?!), due membri del Gruppo di intervento speciale dei carabinieri, che partono per una missione che riguarda traffico di armi convenzionali e radioattive, tutte localizzate in una stalla. Ma chiamare qualche carabiniere vero per una consulenza con gli sceneggiatori no, eh? Sei miliardi, vi ricordo, e ancora non vedo come li hanno spesi. Niente capannoni guardati da lontano, ma stalle in mezzo alla natura, magari con damigiane di vino a coprire il plutonio, forse pure meno radioattivo del Montepulciano all’antigelo di qualche tempo fa.

Mentre i carabinieri spiegano i punti del piano d’azione poco lontano una babysitter porta a spasso un bel bebè in carrozzina solo per vedersi con il fidanzato. Mentre i carabinieri si appostano la coppietta di prima comincia a fare l’amore, urta la carrozzina che senza ostacoli, senza capottarsi e senza nemmeno slittare (forse pure la carrozzina è marca Volkswagen) si piazza proprio dietro Alex e Robbi. I due se ne accorgono e mentre Robbi cerca di dire ad Alex di lasciar perdere la carrozzina Alex la prende e la sposta  al sicuro, dando vita alla scena seguente…

…no, davvero….  che cazzo di operazione è? Con tutto che Alex è Alberto Tomba Robbi non dovrebbe essere un idiota. Forse erano le radiazioni ad abbassare il QI fino al livello di un’ostrica.

I banditi scappano per un cunicolo e Alex e gli altri colleghi piangono la morte di Robbi, appena sposato, con una figlia piccola, che aveva appena comprato una casa, a cui mancavano due giorni per andare in pensione che voleva farsi il giro del mondo in barca per andare a trovare il fratello che avrebbe incontrato quella settimana. Sul serio… ci hanno tenuto a ricordarci che Robbi aveva una vita sua tanto per fare la tipica scena da film americano. E la voglia di guardare un bel film americano di serie Z sale.

Mentre i carabinieri piangono, Tantvaleva è in ospedale in coma, uscendo, se possibile, ancora più pulita sena manco una cicatrice in faccia, le mettono una cassetta di una lezione di inglese e se ne vanno, ma nella cassetta c’è un messaggio registrato dall’amica morta che la mette in guardia. E Antavleva è ancora in coma, tra l’altro. E nessuno sta a sentire cosa dice la registrazione, punto focale di tutto il film.

Il giorno dopo Alex viene punito con un trasferimento in un paesino dell’appennino. Uscendo parla con l’amico Santucci e gli dice che non ha detto del bambino per non usarlo come scusa. Cioè, già il fatto che non voleva usarlo come scusa è assurdo, ma poi… fanno un’operazione con agenti ovunque, stendono un rapporto… e l’ufficiale dei carabinieri non sa nemmeno che c’era un bambino? Effettivamente ora mi chiedo…. ma il bambino l’avranno preso e riportato a casa? O avrà imparato a camminare e parlare semplicemente perché doveva camminare per tornare a casa e parlare per mandare bestemmioni a caso contro la babysitter, l’ariete, i carabinieri e chiunque sia nato dal 284 d.C. a quel giorno?

Alex prende servizio nel nuovo paese dopo essere stato fermato dai colleghi carabinieri per eccesso di velocità. Il comandante gli fa un discorso sui carabinieri e sul servizio, sul fatto che non vuole guai e tante cose mentre prepara la tavola per il risotto alle er-bet-te che di Alex è il piatto pre-fe-ri-to. Perchè parlo così? Per questa piccola scena che è l’apice della recitazione di Alberto Tomba.

Nel momento in cui Antavleva si riprende dal coma arriva un fax alla caserma di Alex che richiede la sua presenza. Il nostro eroe cosa fa? Gira per il paese annoiato a morte e invocando per strada una chiamata per una rapina in banca, per arrestare spacciatori o un violentatore di bambini. Ok, se qualcuno che legge è un carabiniere contattatemi e ditemi se davvero ci sono carabinieri che sperano di trovarsi in una rapina, con spacciatori o avere a che fare con pedofili. Una cosa è il senso del dovere, ma penso che un’altra è andarsi a cercare i casini.

Dopo una piccola scenetta pietosa in stile “Pane, amore e fantasia” dei poveri ringrazio il carabiniere che richiama Alex per una missione speciale: un trasferimento in incognito di una sospetta per un omicidio. Indovinate un po’ chi è? Finalmente si scopre il modello della trama del film: poliziotto che deve scortare una donna bersagliata da delinquenti. Un “Due nel mirino” al pesto, insomma. Pesto pronto a base di broccoli e uranio, ovviamente.

Alex va in ospedale per andare a prendere Antavleva e si becca subito una ginocchiata agli zebedei (e il pubblico ringrazia), ma dopo un breve chiarimento comincia il viaggio e ovviamente all’inizio si odiano e alla fine del film si ameranno (c’è pure bisogno che metta l’avviso “spoiler”? siamo seri) . I delinquenti inseguitori sono vicini, ma mancano i due di un soffio. Poco male. I due parlano e lei proclama la sua innocenza raccontando a Alex l’accaduto. Sarebbe stata una scena toccante se non fosse che hanno ancora i tipi dietro e Alex non chiama due rinforzi, nonostante sia in incognito. Dopodichè… no ragazzi, davvero. le parole non bastano… guardate voi stessi…

  1. Ma Antonmarcangela sa che non è in gita con la scuola?
  2. Che cazzo di carabiniere è Alex che la lascia sola lì per telefonare?
  3. Tre di loro e nessuno fa una piega quando Alex tira fuori la pistola senza nemmeno mostrare un distintivo?
  4. E alla fine Michelle Hunziker non perde la sua abitudine di ridere in scena quando non dovrebbe farlo. Pure al montaggio sono un branco di idioti, potevano tagliarlo via quel principio di risata.
  5. Ammettiamo che ride da copione… quindi Antavleva ha fatto fare ‘sta scena per farsi due risate?

In maniera del tutto casuale, tuttavia, la ragazza mostra un po’ di affetto per Alex e si apre a lui per un po’. Oh, che bello, certo che stanno prendendo tutto molto bene per aver passato quello che hanno passato. Insomma… a uno muore l’amico per colpa sua e l’altra ha dei killer che la inseguono, ma hanno ancora la poesia di parlarsi amichevolmente.

In un’area di servizio Genoveffa dice che ha bisogno di un motel e Alex continua a non credere all’innocenza di lei. Dopo qualche chilometro in cui comincio a pensare che stanno girando in tondo sempre sulla stessa strada Alex arriva in un motel ammanettando Antavleva alla macchina e piantandola lì per telefonare. E i nostri eroi ci regalano un altro pezzo di alto livello recitativo.

E mentre Alex sta per andare in casa base con Ramona Badescu, Antavleva ricomincia a bussare al clacson. Alex di tutta risposta, mostrandosi il gran carabiniere che è, le toglie il fusibile dal clacson, togliendole così qualsiasi modo di comunicare in caso di emergenza. Sinceramente pure io penserei “che marcisca”, ma il grano che prenderei al mese dovrò pur giustificarlo. E sul più bello Michelle passa al lato del guidatore, ma urta il cambio mettendolo in folle e facendo cadere la macchina (perchè l’Ariete è troppo figo per mettere il freno a mano e Antavleva è troppo scema per tirarlo). Insomma come è e come non è… l’auto dell’Ariete finisce contro un lampione. voglio ricordare che l’auto di Alex è uno stramaledetto fuoristrada, ma non fa niente. la lasciano comunque lì per continuare in treno.

Intanto i killer battono la pista. Alex e Antavleva vanno in treno e lei fa credere a Alex che sul treno è salita una persona sospetta, ma con un trucco Alex si fa infinocchiare e invece di puntare una pistola al killer minaccia una suora, dando il tempo a Antavleva di buttarsi dal treno, seguita da Alex che la riprende e continuano a camminare. Ok, perché? Davvero, voleva scappare da lui? L’istinto di sopravvivenza va a farsi fottere sempre più ogni secondo che passa.

E i killer inseguono, facendosi dire dal meccanico che sta riparando il fuoristrada di Alex  che sono andati in stazione. Certo che in questo film tutti sanno i cazzi di tutti e li vanno a raccontare a tutti, eh? I due idioti si fanno dare un passaggio alla stazione per riprendere il treno, ma ecco che arrivano i killer… Efficientissimi, invece di farsi il giro di tutte le stazioni sono andati direttamente a quella più vicina dal punto in cui Alex si è lanciato dal treno. Mai visti assassini più efficienti, o fortunati.

Antavleva li scopre e cerca finalmente di guadagnarsi la fiducia di Alex. Come? Chiedendogli la pistola per scappare via, dicendo che ha visto i killer davanti alla stazione. E mentre Alex beve tranquillamente il caffè e la ragazza chiede scusa sfogandosi e piangendo parte l’agguato. Proiettili che volano, la ragazza che si nasconde dietro il flipper e colpi sprecati ovunque peggio delle truppe imperiali di tutti i film di Guerre Stellari. Nessuno si fa male e c’è roba rotta a terra ovunque. Sei miliardi.

I due scappano e arrivano i carabinieri. lei entra nella macchina di un tipo e scappa via costringendo un uomo a dargli un passaggio, ma dura poco visto che Alex la becca subito accompagnato da uno in camionetta, se la ammanetta al polso e dopo uno scambio di proiettili scappano tutti. Ma funziona davvero così la protezione testimoni?

Dopo che Alex si accorge che ha dimenticato telefonino e chiavi delle manette altrove (e lui era nei corpi speciali) Antavleva riprende a lamentarsi che è scortata. E basta! Almeno “Due nel mirino” era divertente, ma questa cosa è irritante, e tra l’altro si lamentano sempre delle stesse cose. “Devo andare in bagno” “ho fame” “mi ammanetti perchè mi credi un’assassina“. E Alex nemmeno fa 2+2 pensando “ma mi sa che non è proprio per caso che ci stanno sparando”.

Dopo che Damiano Damiani ci regala un momento prima di Michelle Hunziker e poi di Alex che fanno i loro bisogni, con tanto di effetto sonoro, momento di cui sentivamo un gran bisogno anche noi, i due si rifugiano in un casolare abbandonato con lumi accesi (da chi non si sa, forse da spettri ospitali o da topi con la paura del buio) trovano un attrezzo con cui si liberano delle manette e Antavlevacomincia a saltellare felice. Non sono sicuro, o Damiani non aveva idea di come dirigere la Hunziker o non aveva la minima idea di come fare un film. Fatto sta che Antavleva vuota il sacco.

TIME FOR FLASHBACK : l’amica assassinata a inizio film, Giada, l’ha convinta a fare una crociera con un uomo che sarà noto come “Il grande maiale”, tenetelo a mente, questa è un’altra carriera segnata da questo film probabilmente. Il famiglio mostra delle foto che non vedremo mai e parla di frustate ai fianchi. Michelle scappa via dicendo all’amica che sono dei pazzi, ma la trova riempita di botte. Giada le dice che sono dei sadici assassini, ma lei ha intenzione di ricattarlo usando sé stessa come prova. Ricapitolando, il piano è:

  1. Farsi stuprare e pestare da dei sadici assassini che non si fanno problemi ad uccidere
  2. Ricattarli per prendere un mucchio di soldi
  3. ?????????
  4. PROFITTO!

(Tutti i diritti riservati agli” Gnomi delle mutande”)

Penso che sia ancora più stupido come piano della creazione dei Cloni Gemelli di Hitler in “Superman alla fine del mondo”. Il flashback finisce con l’inizio di questo film. Giada è a terra nel suo sangue, Antavleva raccoglie la cassetta e, beh… il resto lo sappiamo. Mentre lei dorme il nostro ariete è sempre vigile per regalarci un’altra scena d’azione dove volano travi e sacchi di paglia. Vabbè, Alex li sconfigge con la sua magnificenza maturata in anni di sci e di trame forzate, prende il loro cellulare e li cala in un pozzo per poi chiamare il loro capo.  Alex chiama un’amica, Miranda , che li va a prendere con un furgone pieno di vestiti. Ora osservate questa scena commovente

Una scena dopotutto toccante, legata da una questione sentimentale… nata da… meno di un minuto… che non sarà più nominata… che è irrilevante ai fini di trama…e che succede… perchè… succede perchè, punto.

Alex riceve un’altra chiamata dal capo dei killer, che gli propone di dare a loro la ragazza. E dopo un breve dialogo tra i cattivi arriviamo alla scena in cui Alex e la ragazza si stanno per separare. Il killer e i suoi scagnozzi preparano un agguato mentre Alex e Antavleva vanno verso il palazzo di giustizia, ma prima di attraversare la strada Alex decide di chiamare il collega Santucci per vederci chiaro in questa storia. Cioè… ha preso questa ragazza che da quando sta con lui hanno tentato di ucciderla per 3 volte, si è trovato in una sparatoria a colpi di AK-47, c’è un tizio che vuole fare la classica proposta “la ragazza per un mucchio di soldi”… E ANCORA NON HA FATTO DUE PIU’ DUE? Dovevano chiamarlo Alex il ritardato, non l’ariete. Penso che qualsiasi carabiniere in Italia dopo questo film abbia un credito in termini di bastonate nei confronti di questo personaggio, visto che sembra essere lui l’origine delle barzellette.

I killer trovano i due eroi, vengono inseguiti, fanno il giro del palazzo, atterrano l’altro rimasto vicino alla macchina e gliela rubano. E nemmeno si impegnano a rendere le cose più dinamiche. Alex va a casa di un’amica ricca che è sempre in viaggio e lì si posiziona. E via con i sogni romantici di Antavleva di un po’ di vita domestica con Alex. Oh ma come stanno bene insieme, lui, lei, gli assassini dietro a inseguirli da quasi un’ora e mezaz di film…

Alex chiama Santucci per incontrarsi con lui e un ufficiale dei carabinieri. Loro gli spiegano tutta la storia, ossia che il famiglio è in realtà un boss malavitoso e che il Grande Maiale è un cliente della sua organizzazione. La cosa è nota dopo degli omicidi e… vabbè, ‘sta ceppa. Insomma c’è una crociera sadica in programma e i carabinieri vogliono che Antavleva faccia da esca e che Alex salga a bordo. Dopo una scena di romanticismo parte l’operazione esca. Lei non ci sta, ma poi accetta.

Mentre i due fanno irruzione un sommozzatore spara a Alex facendolo cadere in acqua. Seriamente? Un sommozzatore? A stento tengono a bada i loro affari e poi si ricordano di spiegare un po’ di forze in giro?

E mentre Michelle Hunziker dà prova della sua bravura recitativa urlando come un’ossessa mentre viene trascinata via il nostro eroe è ancora vivo per dire la sua.  Beh, il boss fa entrare il Grande Maiale che per la prima volta appare sullo schermo, mentre Alex, con un braccio sfasciato dalle pallottole va a nuoto verso la barca nella maniera più implausibile.

Mentre i preparativi per l’incontro con il maiale vanno avanti nel senso dell’underacting della Hunziker finalmente incontriamo il viso del Grande Maiale. E non è possibile…

Piccola digressione. Tra i personaggi della serie di libri sul Commissario Montalbano c’è il giudice Tommaseo, mostrato come una persona tranquilla, ma piuttosto suggestionabile riguardo il sesso, insomma basta che ne sentiva parlare e si attivava in tutti i sensi, con una sorta di mania nel voler cercare il risvolto sessuale in qualsiasi caso. Ora, nella serie tv “Il commissario Montalbano” questo personaggio non tanto ricorrente è stato interpretato da Giovanni Visentin… che qui interpreta il Grande Maiale, il depravato per eccellenza di questa storia. Non so se hanno provato a segnargli il destino o se ci sono riusciti, ma sinceramente spero che non sia così.

Alex con delle mosse talmente blande da far sembrare “Milano spara e napoli risponde” un capolavoro dell’azione veloce sale a bordo e fa irruzione, spara colpi e fa fermare la barca, chiude tutti quanti e poi nell’underacting più basilare l’ariete salva la sua pulzella mentre i carabinieri attraccano. Un attimo…. e il boss? e il grande maiale? Nessuno reagisce? possibile? Un’ora e mezza e non c’è nemmeno il confronto finale con la mente e il braccio dietro questa storiaccia? Vabbè, i carabinieri calano dall’elicottero e i buoni vincono. Il boss e il grande maiale si cantano a vicenda e finalmente torniamo alla caserma, ma l’attenzione è per Alex che viene trasferito di nuovo nel gruppo di intervento speciale. Ma alla fine Alex è tutto per Antavleva. E il film finisce con loro due che vanno via verso la loro nuova vita…

QUESTO FILM FA SCHIFO!

L’idea alla base è trita e potrebbe essere vincente, ma è fatta malissimo; le scene d’azione sono di una lentezza assurda, nessuno dei due attori protagonisti si eleva come recitazione con Michelle Hunziker totalmente inadatta alla parte di Antavleva e Alberto Tomba totalmente inadatto a qualsiasi parte, la trama è stabile ma praticamente piatta, alcune scelte di regia per fare la cosa “alla film americano” (come con il fotogramma all’inizio della recensione) sono pessime, certe scene non hanno praticamente altro senso e vorrei capire chi cavolo ha pensato di metterle per rendere la storia seria, mentre invece sono talmente ridicole che potrei solo ridere se non mi chiedo come cacchio si è arrivati a questo. Il fatto che la colonna sonora sia praticamente casuale e spicciola è grasso che cola. Un film del genere sarebbe stato accettabile negli anni ’70-’80 del cinema italiano, ma qui siamo nel 2000 e questo film è tutto tranne che al risparmio. Se magari fosse stato un film indipendente non mi ci sarei accanito così, ma qui sono stati spesi (o buttati, scegliete voi) miliardi di lire. E il fatto che Alberto Tomba abbia cominciato a fare l’attore deriva semplicemente dal fatto che è diventato popolare perchè era imitato in Mai Dire Gol da Gioele Dix, debole come motivazione. Era in produzione anche un seguito, “La corsa di Alex”, con Valentino Rossi, ma è stato stralciato quasi subito dopo i pochi giorni che è stato nelle sale questo film. Per quanto mi riguarda ci siamo risparmiati molto, ma chiedo un appello se qualcuno ha un libro della serie di Alex l’ariete.

E torno a ripetere… sei miliardi spesi, ma non ho la minima idea su come li abbiano spesi. Almeno considerando la buona fede


“L’istinto di una donna” di Federica D’Ascani


Prima di cominciare volevo giusto spendere due righe sulla mia assenza, ammesso che interessi a qualcuno. Non è che faccio l’emo, semplicemente penso che chi abbia deciso di seguire questo blog (pochi, ma a cui sono grato) voglia leggere più dello sfogo di uno sfaccendato che scrive recensioni davanti a un PC, no? Ad ogni modo sarò breve: non ho passato un periodo orribile, non sono stato vicino al suicidio e non ho drammatizzato la mia vita, ho semplicemente deciso di riorganizzarla, ma nell’organizzazione mi sono lasciato qualcosa dietro, il blog prima di tutti. Ora che si sta bilanciando tutto un’altra volta ho deciso di riprendere il blog in mano. Resta un divertimento per me così come una sorta di divulgazione della cultura, sotto forma di opinioni di uno sfaccendato che scrive recensioni davanti a un PC.

Per chi, invece, vuole una bella recensione biliosa eccovi serviti.

L’ultimo post prima di questo riguarda la mia esperienza in un gruppo noto come “il mondo dello scrittore”, di cui non faccio più parte da tempo, ma che mi ha dato l’opportunità di conoscere bella gente tra autori, autori professionisti e altri. Qualsiasi esperienza arricchisce la vita, in fondo. La scena era questa: ero a casa, davanti al PC a organizzare un viaggio quando mi arriva un messaggio dell’autrice citata nel titolo che mi chiede una recensione del suo libro. Ci ho messo molto tempo per finirlo, ma alla fine avevo abbastanza materiale. E che materiale. Di sicuro non mi ringrazierà per quanto scriverò, ma la ringrazio io per avermi ridato la molla per ricominciare a recensire. Sull’autrice posso dire che è un’autrice emergente e che scrive principalmente per la collana YouFeel della Rizzoli, principalmente fa romanzi erotici. Vorrei scrivere di più, ma su questo libro c’è poca storia. Perciò preparate il vostro walkman, la borsa della palestra e una buona valigia piena di scuse, stiamo per buttarci ne…

L’ISTINTO DI UNA DONNA

Tristemente è questo il mio grande ritorno.

Dopo l’apertura con la poesia “A Gongila” comincia la storia vera e propria. Incontriamo Luisa che, mentre prepara la cena, viene assalita da senso di colpa e disprezzo per sé stessa per aver desiderato una donna conosciuta in palestra. Mettiamola così, già a due pagine dall’inizio sono già investito dal punto centrale della trama, potrebbe essere o non male oppure un disastro, starà ai lettori decidere. Ad ogni modo ripensa a quello che è stato un bacio rubato e resta a ragionare su cosa dovesse provare in realtà, se sarebbe stato meglio fuggire in macchina oppure se avesse voluto davvero seguire i suoi istinti. Insomma un bel dilemma iniziale.

Torna a casa suo marito Sandro, che appena entrato è già voglioso come un riccio in calore, difatti non si fa attendere un primo amplesso veloce tra i due. Ma mentre Luisa è con lui pensa all’altra donna, ancora sconosciuta, e subito segue un senso di colpa più che sensato. Insomma, lei pensa a un’altra e desidera suo marito che è un santo, diciamo che almeno la cosa è motivata. Poi comincia a guardarsi allo specchio ripensando a quel bacio che era stato tradimento, visto che portava desiderio figlio di un impulso nato in adolescenza mentre si dice a sé stessa “contronatura”. Sarò onesto, questa è una delle parti più oneste del libro, se cresci in un determinato ambiente tristemente viene logico pensare di essere contro natura. Sbagliato, ma logico. Specie considerando che nel 2015 l’omofobia è ancora rampante in Italia, mi viene lo schifo pensare che anni fa era molto peggio di così.

Comunque Luisa comincia a masturbarsi pensando alla donna. Viene in mente la parte di Don Jon quando parla della masturbazione durante un porno e nel climax si vede la faccia di un uomo e pensa di aver sprecato la fatica. Ok, sinceramente non so come indorare le pillole, perciò semplicemente non lo faccio, in ogni caso sembra che Luisa voglia recuperare un buon orgasmo.

Poi arriva una parte, quando ripensa a sé stessa, al fatto che abbia dovuto far stringere il vestito da sposa per quanto fosse magra, a come si sia trovata ad abbandonare ogni proposito per lavorare e badare a due figli che mi fa pensare che questo romanzo sia un tantino più introspettivo di quello che sembra. In fondo sono ancora al capitolo due, ce ne vuole per finirlo. Insomma il vero istinto di una donna, la sua vera forza.

E… ogni speranza va via nelle prossime pagine.

Arriviamo a un flashback, a Roma nel 1998. Luisa va ancora al liceo e dopo un ragionamento sui vecchi sul fatto che i giovani pratichino riti satanici, abbiano genitori di merda e non vogliono fare altro nella vita che poltrire (punto a favore, ‘sti discorsi li sentivo troppo spesso anch’io che all’epoca andavo alle medie). Comunque alla ricreazione, dopo essersi lamentata del caldo tra un tiro di sigaretta e un altro sul balcone (e mi viene da dire che schifo di professori ci fossero, visto che da noi per fumare una sigaretta dovevamo imboscarci tra le piante o chiuderci nei bagni) risponde una ragazza così descritta:

La ragazza che le camminava subito dietro e che poi la superò era una totale sconosciuta. Mai vista prima di quel momento. Luisa si chiese chi fosse. Bellissima, con una camicia a mezze maniche bianca allacciata fino all’attaccatura del seno, i capelli biondi portati corti e mossi, alla maniera di Marylin nel suo ultimo film con Clark Gable, salì gli ultimi gradini con estrema grazia.

Non so se è anacronistico o cosa, ma ho trovato tutto questo troppo strano. Che io ricordi nel 1998 la moda delle ragazze era quella delle Spice Girls, di Madonna al suo ritorno in auge, non di film che si ricordano di Garibaldi. Tra l’altro, se proprio vogliamo citare film in quel periodo andava Titanic, quindi non era nemmeno difficile vedere capelli come quelli della protagonista. Ma come Marilyn Monroe come nel film “Gli spostati” è difficile. Oltretutto come mai non citare proprio il titolo? Se piaceva così tanto alla protagonista da ricordare quel taglio di capelli aveva senso mettercelo. Forse per avere un tono più informale anche nella narrazione?

Ad ogni modo le due ragazze cominciano a parlare e Luisa è incantata dalla bellezza di Aurelia, la nuova entrée nella storia.

Torniamo al presente con Sandro che capisce qualcosa, ma Luisa non vuole ancora dirgli che è stata a un passo dal tradirlo. Un attimo, un attimo solo. Prima dice che un bacio è già tradimento, ora dice che non l’ha tradito. Luisa, deciditi! Comunque tutto è bene quel che finisce bene e i due trombano di nuovo con Luisa che pensa all’altra, Lara. Il giorno dopo continua a pensare alla sua indecisione, ma non c’è nulla di più di quanto ho già letto in precedenza. Certo è che non si può dire molto, realisticamente questa è una situazione di merda, non si sa se si ha colpa del tutto oppure cosa fare. A freddo siamo bravi tutti, ma in certe situazioni si aggiungono variabili non considerate. Ad ogni modo nel pomeriggio Luisa non riesce a togliersi dalla testa questa Lara. Temo, nel momento in cui si descrivono le gambe di Luisa allargarsi, a un’altra sgrillettata, ma fortunatamente lei si alza e decide di voler andare in palestra. Ricordiamo che le due si sono conosciute lì.

E torniamo al 1998, non so più dove trasferire il mio interesse, un po’ come scegliere tra guardare “Uomini e donne” oppure “Natale in india”, in ogni caso torniamo alla giovane Lara, cacciata dall’aula per essere entrata alla seconda ora. Scusate, ma anche se ho fatto il liceo un anno dopo cose del genere non succedevano, specie considerando che per gli studenti stare fuori dall’aula era una benedizione, a volte. Ma vabbè, i professori sono scemi, luogo comune classico, quindi si va oltre. Luisa si aspetta la bidella che non c’è e subito abbiamo una descrizione di questa donna magra dai capelli corv… scusate, perché sto leggendo di questo personaggio che non vedremo mai? Subito a confortarla arriva Aurelia, a darle un bacio ninja, nel senso che nel silenzio dei corridoi devi essere un ninja per non farti sentire, quasi sulle labbra. Una piccola nota, aprire il romanzo che ha questi punti di trama con una poesia di Saffo significa dire dall’inizio tutto quanto, negando il piacere della scoperta della trama. Luisa è abbattuta e Aurelia dice che vorrebbe consolarla “a modo suo”. Luisa ci pensa per un’intera pagina a prendere Aurelia, ma alla fine dice che non può. Nella sua mente ha ancora l’educazione e respinge Aurelia che, intanto, stava cominciando a essere più attaccata a Luisa di una patella a uno scoglio.  Luisa la respinge dicendo di non toccarla e Aurelia, invece di dare spiegazioni o chiedere scusa risponde così:

“Non puoi combattere contro te stessa per molto. Magari non sarò io, ma prima o poi dovrai cedere e ammettere di essere come me”

E sono, senza ombra di dubbio, davanti alla battuta più stupida che ho letto nel 2015, o quantomeno ho un altro candidato. Che razza di chiusura è? Si sta facendo una cosa tipo gli X-men? Aurelia l’ha provocata a caso tanto per fare una reazione? O, più semplicemente, sto leggendo qualcosa di assurdo e basta? Al “deviata” di Luisa Aurelia nemmeno risponde e si avvia in aula. Normalmente sarebbe finita a ceffoni in corridoio, ma lasciamo stare.

Torniamo al presente. Luisa fa per andare in palestra e ci ripensa, sta per tornare a casa, ma trova Sandro lì fuori. Tra una parola e l’altra alla fine ci ripensa di nuovo e va in palestra. La forza di trama colpisce ancora, signore e signori.

Torniamo al 98, è sera e Luisa dopo aver mangiato pochissimo va a scrivere sul diario (?) il suo sfogo giornaliero e vorrebbe parlare di Aurelia e della sua bellezza. E c’è anche una breve parentesi della madre, Miriam, che si è fatta il mazzo a lavorare per mantenere Luisa e l’altro figlio. Peccato che degli accenni dell’istinto e della forza delle donne se ne parli solo brevemente perché chiama Aurelia a casa di Luisa. Aurelia è sempre superba, ma chiede scusa per il suo comportamento e Luisa si rende conto che si sta innamorando di lei. Comunque Aurelia è disposta a raccontarle della sua vita nell’uscita con lei a una gelateria. E Luisa è in fremito per questo.

Rimettiamo a posto la macchina del tempo e torniamo al presente. La prima cosa che Luisa cerca è la macchina di Lara, trovandola e subito il cuore prende a sussultare, ripensando ai quattro mesi passati conoscendo Lara, divenendo molto unite, ma Luisa la desiderava fin dall’inizio in maniera più terrena. Faccio un attimo una digressione dicendo che quando in una frase l’autrice mette insieme le parole “prurito” e “intimità” a me viene in mente solo la parola “vagisil”, lo dico giusto perché, purtroppo, l’associazione mi è venuta leggendo la frase

Luisa si sedette sulla panca ad allacciare le scarpe, ignorando volutamente il prurito caldo che la sua intimità chiedeva di spegnere con una carezza.

E stanno anche in palestra, quindi è lecito fare questa associazione. Comunque Luisa trova Lara alle prese con l’istruttore e il tapis-roulant, investita da una gelosia degna di Beautiful. Lara pianta l’istruttore per andare da Luisa e, a quanto pare, non sembra che Lara sia a disagio con quello che è successo. Anzi, è più che contenta. L’indecisione di Luisa, qui, va a farsi benedire. A un certo punto Lara dice che “non può resistere oltre. E il pensiero di Luisa dice:

Luisa si voltò di scatto, la bocca dischiusa in un’espressione di stupore per quell’avance diretta. Era un chiaro invito, quello.

Sono intimidito dalla genialità di Luisa, davvero. Sono esterrefatto e intimidito. E visto che Lara è stata così velata le dice chiaramente che vuole un massaggio e che ha prenotato la sala relax per due ore dicendo che si è stancata dei suoi dubbi. Mi viene di rapporto di inferiorità di Luisa, sia nei confronti di Aurelia che di Lara. E di nuovo la mente va indietro, Luisa era piaciuta subito a Lara e il giorno del bacio fatale era stata Lara a prendere l’iniziativa. Solo che all’inizio era chiamato bacio, nel parcheggio, invece, c’erano stati veri e propri preliminari. E dopo i preliminari di due giorni prima Luisa va a raggiungere Lara.

E torniamo alla giovane Luisa che è ancora con Aurelia. Calcolando che, praticamente, tutto quello che le due si dovevano dire lo conosco già come lettore dei capitoli precedenti arrivo direttamente al punto nuovo. Aurelia era stata trasferita dalla madre dopo che, stando con una ragazza, la madre di quest’ultima le aveva viste insieme a baciarsi. E nel momento in cui Aurelia chiede a Luisa di accompagnarla la protagonista si chiede se doveva cedere all’istinto o alla parte razionale, generata da anni di catechismo e buone abitudini.

Cioè, è questo il motivo per cui lei ci ha sempre pensato, che ha fatto sì che chiamasse Aurelia deviata… e viene detto così? In tutta onestà queste buone abitudini non è che le ho viste finora, sarebbe stato un punto ulteriore di sviluppo questo conflitto, ma, a quanto pare, è poco importante rispetto a quanto seguirà.

Siccome nel presente c’è un capitolo sano di amplesso tra Lara e Luisa torniamo al passato. Se volete dettagli o comprate il libro oppure vi andate a vedere la scena della piscina del film “La professoressa di lingue” con Milly D’Abbraccio. Tanto è uguale.

Torniamo ad Aurelia e Luisa che arrivano all’hotel. Qui viene un altro punto che dovrebbe meritare un capitolo a parte, vale a dire l’ostinazione di Luisa con il suo corpo ed indossare capi troppo stretti anche per lei. Purtroppo questo è un vero e proprio argomento serio e delicato, ma è stato dall’inizio che c’è stato passato sottobanco tra un amplesso e l’altro. Aurelia fa una cosa bella, dicendole che è bella davvero, spiazzando Luisa, e portandola in un albergo di proprietà della madre, in cui la stanza 7 è solo per Aurelia. Alla fine oltre l’attrazione fisica c’era qualcosa di più visto che sono le prime due persone che, chiuse in una stanza, hanno solo chiacchierato. Dopo un incontro con la madre di Aurelia, Luisa torna a casa.

And now… time for a montage. Perché tra un amplesso e l’altro lasciare lo spazio per i mesi passati con Luisa che sta insieme ad Aurelia e lavora nel suo albergo è secondario, è solo la vita della protagonista, in fondo.

Insomma le cose vanno bene tra loro e alla fine Luisa decide di andare all’Accademia di Belle Arti incoraggiata dalla madre. E avrebbe detto tutto quanto ad Aurelia mentre i loro rapporti erano meno guardinghi e si stavano facendo sempre più temerarie.

Ma nel presente, sperando che abbiano pulito la sala relax, considerando anche i pruriti di Luisa, le nostre due eroine stanno uscendo e Luisa dice che non deve mai più succedere. Insomma, ha esorcizzato la cosa, ma è tempo di una scopata di addio. E a casa, al buio, Luisa trova Sandro ad attenderla. E Sandro ha realizzato che c’è un altro in mezzo. E alla fine dice che ha avuto sospetti da mesi e che due giorni fa era più stralunata del solito. Fratello caro, complimenti anche tu, eh? Hai un Q.I. che mi ha terrorizzato. Comunque cominciano a dirsi tutto e Sandro dice di averla lasciata sola apposta per vedere come si comportava. Ok, altro complimento alla fiducia, invece di parlare con lei. Luisa ribatte dicendo che l’ha tradito. E prima di fare il nome di Lara confessa che è stata con Aurelia e non ha detto niente al marito perché ha sofferto molto. La ricetta di una relazione sana, signore e signori: sfiducia e silenzi. Ma poi… Luisa è stata con una ragazza anni prima di conoscere Sandro… non vedo dove sia il problema per lui. Difatti lui ribatte con la frase geniale quando lei le spiega il perché non gli ha detto nulla.

“E perché lo stai facendo adesso?” Sandro osservò sua moglie, cercando di comprendere le sue parole e il suo stato d’animo. “Scusami, ma io… Io devo elaborare… Continua”

Fratello caro, non sei il solo che deve elaborare. Luisa confessa tutto e Sandro, giustamente, dice che è tornata per i bambini. E invece no, Luisa è tornata perché lo ama. Ed è andata da Lara perché si era stufata di vedere chiavi in giro, quindi ha pensato di regalargli un paio di corna pronte pronte. Sandro, a questo punto, si alza per finire il lavoro e rifletterci su, per poi riparlarne dopo. Luisa pensa di averlo perso, nessuno le dice “no, sorella cara. L’hai cacciato tu”.

E torniamo nel passato, in cui la relazione tra Aurelia e Luisa sta cambiando drasticamente. Aurelia, nel montaggio di cui sopra delle loro vite, è cambiata, sta cominciando a dipendere troppo da Luisa e lei se n’è accorta. A quel punto fa irruzione la madre di Aurelia, tagliando la relazione dicendole che ha irretito la figlia per avere il posto. E lei va via.

Torniamo al presente in cui Sandro si prepara a far parlare Luisa. Piano piano le mette le parole in bocca e si è capita la sofferenza. Aurelia se ne era andata altrove con l’aiuto della receptionist (mai entrata nella storia, nonostante a un certo punto si descrive “come una madre per lei”, non dico altro) e non l’aveva mai più cercata. Ma di tanto in tanto le manda gli auguri per natale. Luisa credeva che la madre non sapeva nulla, ma Sandro, che ci ha parlato prima a cena con lei e il fratello di Luisa, sapeva già tutto. Embè, e vai a rivangare questa storia solo per avere ragione? Che fine ha fatto il protagonista dei romanzi rosa di cui sopra? Comunque oltre a questo periodo c’è anche il periodo dell’accademia, disordini alimentari e altre cose. E alla fine i due si riappacificano e fanno l’amore alla luce per una volta. Ignorando che ci sono i bambini in agguato, ma vabbè.

E il nostro libro finisce anni dopo con Danilo, uno dei figli, che deve sposarsi e che è preoccupato, visto che teme di non avere con sua moglie la complicità che, invece, hanno i loro genitori. Beh, c’è una lista, caro Danilo:

  • Se tua moglie non ti dice niente tu non chiederle mai niente
  • Mi raccomando, ingannala
  • E soprattutto fatti mettere corna da chi ti pare, anche da un mammut.

QUESTO LIBRO FA SCHIFO!

La trama è tra il banale e il confuso, oltre ad essere liofilizzata oltre ogni dire, i personaggi degni di nome, qui, sono scontatissimi e lo spazio dedicato alla trama è nettamente inferiore rispetto a quello dedicato ad amplessi vari. Tuttavia voglio spezzare una lancia a favore dell’autrice: le parti descrittive degli amplessi sono scritte bene e, sinceramente, non penso che la necessità vada oltre questo visto il genere della collana. Sono convinto, comunque, che sviluppare in più pagine questo libro così da lasciar spazio a introspezione sui personaggi femminili sarebbe stato migliore. Ma, come sempre, le direttive editoriali stroncano qualsiasi cosa e la Rizzoli non ha fatto eccezioni. Sinceramente non ho altro da dire che una cosa: buona fortuna e continua a sfornare romanzi. Sinceramente non l’avrei pubblicata questa recensione, ma stamattina mi hai detto “fai ciò che vuoi”, così ho fatto.

Grazie per aver avuto la pazienza di leggere fino a qui, alla prossima.

AGGIORNAMENTO

Quando, il giorno della pubblicazione di questo articolo ho visto tra i backlink mi sono trovato sulla pagina Facebook dell’autrice stessa. Non so dire di preciso se e come abbia preso l’articolo tra i vari “hahahahaha” e altre cose. Quello che ho trovato assolutamente vergognoso è stato il fatto di augurarmi, testuale parole, di “non avere figli con crisi di peso e di sessualità”. Ora non mi voglio incazzare più del dovuto, perché sentirmi dire una cosa del genere è offensivo per me e vergognoso per l’autrice, molto poco professionale. Io stesso ho crisi di peso, ma per quanto riguarda le sopraccitate crisi per i miei eventuali e futuri figli che non so se sono augurate o meno, ma non sarei io la vittima, solo loro. Insomma, una cattiveria gratuita contro persone innocenti, di cui nemmeno si sa se esisteranno o meno. Tutto questo perché ho parlato male di un libro che considero pessimo.

Avanzo due richieste, tanto per evitare che eventi così spiacevoli capitino in futuro. Se siete sicuri che il vostro libro sia ottimo non mi chiedete giudizi. Se ci tenete così tanto al vostro libro tanto che avete paura di un giudizio negativo da parte di un tizio qualunque, perché non sono una persona autorevole del campo, non chiedetemi giudizi.

Rispondere a quanto ho detto con “si vede che sei uomo” non aiuta. A maggior ragione, visto che essendo uomo non sarei stato persona abile a dare un giudizio non chiedermi giudizi.

Finito lo sfogo posso continuare dicendo che non ritiro gli auguri già dati, era per sottolineare la poca professionalità avuta con me. Non ho esagerato, non ho usato argomenta ad hominem e non mi sembra di essere stato eccessivo, soprattutto nei confronti dell’autrice.

Augurare lo stesso a lei e pareggiare i conti? E perché mai? Per quanto mi riguarda ora ho davvero finito.


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